Avere timore (δειλιάω deiliaō)

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. (Gv 14:27)

Εἰρήνην ἀφίημι ὑμῖν, εἰρήνην τὴν ἐμὴν δίδωμι ὑμῖν· οὐ καθὼς ὁ κόσμος δίδωσιν ἐγὼ δίδωμι ὑμῖν. μὴ ταρασσέσθω ὑμῶν ἡ καρδία μηδὲ δειλιάτω.

Contemplare (θεωρέω theōreō)

Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. (Gv 17,24)

Πάτερ, ὃ δέδωκάς μοι, θέλω ἵνα ὅπου εἰμὶ ἐγὼ κἀκεῖνοι ὦσιν μετʼ ἐμοῦ, ἵνα θεωρῶσιν τὴν δόξαν τὴν ἐμήν, ἣν δέδωκάς μοι ὅτι ἠγάπησάς με πρὸ καταβολῆς κόσμου.

Amore generoso (חֶסֶד ḥeseḏ)

Il Signore è misericordioso e pieno di compassione,
lento all’ira e di grande benignità. (Sal 145,8)

חַנּ֣וּן וְרַח֣וּם יְהוָ֑ה אֶ֥רֶךְ אַ֝פַּ֗יִם וּגְדָל־חָֽסֶד׃

Amore generoso (חֶסֶד ḥeseḏ), in ebraico è un sostantivo solitamente usato al singolare nella Bibbia ebraica e significa amore, misericordia, benevolenza, bontà, solidarietà e grazia. Alcuni esperti sottolineano che il termina riguarda le relazioni interpersonali. Questa relazione può riguardare la cerchia familiare, l’amicizia, o può riferirsi al rapporto tra il sovrano e il suo suddito, e anche tra il padrone di casa e il suo ospite. Il sostantivo ḥeseḏ esprime le relazioni positive tra le due parti del rapporto che sarebbe potuto nascere grazie alla generosa disponibilità, cioè grazie alle azioni concrete di ciascuna parte nei confronti dell’altra. Quando si traduce חֶסֶד (ḥeseḏ) in italiano non basta dire amore, ma occorre un aggettivo per indicare cosa si intende per amore. In ebraico חֶסֶד, infatti, indica l’amore generoso, fedele, solidale e misericordioso.

In molti testi in cui il tema è l’amore generoso di Dio, questo termine compare in modo analogo, sottolineando la concretezza dell’amore di Dio, cioè un’azione specifica. Dio è pronto ad agire a favore dell’uomo, ed è qui che si rivela il suo amore generoso per lui. Ad esempio, nei Salmi, l’amore generoso di Dio (חֶסֶד ḥeseḏ) “segue” il salmista (Sal 23,6), lo “custodisce” (40,12), lo “sostiene” (94,18), lo “conforta” (119, 76 ) o addirittura “discende” su di lui (119,41).

Nell’odierno Salmo Responsoriale (Salmo 145), il Salmista afferma che “Il Signore è mite e misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore (וּגְדָל־חָֽסֶד ûgedol ḥāseḏ)” (v. 8). Tale amore è oggetto del comandamento nuovo che Gesù nel suo testamento lascia ai suoi discepoli durante l’Ultima Cena: “amatevi gli uni gli altri come io amo voi” e “da questo tutti riconosceranno che siete miei discepoli” (Gv 13: 34-35). Il Vangelo usa la parola ἀγάπη per esprimere questo amore. Quindi non si tratta di sentimenti, ma di azioni concrete che esprimono amore.

Rimanere (μένω menō)

Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. (Gv 15,10)

ἐὰν τὰς ἐντολάς μου τηρήσητε, μενεῖτε ἐν τῇ ἀγάπῃ μου, καθὼς ἐγὼ τὰς ἐντολὰς τοῦ πατρός μου τετήρηκα καὶ μένω αὐτοῦ ἐν τῇ ἀγάπῃ.

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Mandare (πέμπω pempō)

In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». (Gv 13:20)

ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ὁ λαμβάνων ἄν τινα πέμψω ἐμὲ λαμβάνει, ὁ δὲ ἐμὲ λαμβάνων λαμβάνει τὸν πέμψαντά με.

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Respingere (ἀθετέω etheteō)

Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. (Gv 12,48)

ἀθετῶν ἐμὲ καὶ μὴ λαμβάνων τὰ ῥήματά μου ἔχει τὸν κρίνοντα αὐτόν· ὁ λόγος ὃν ἐλάλησα ἐκεῖνος κρινεῖ αὐτὸν ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ.

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Gregge (צֹאן ṣō’n)

Riconoscete che il Signore è Dio; egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. (Sal 100,3)

דְּעוּ כִּֽי־יְהוָה הוּא אֱלֹהִים הֽוּא־ עָשָׂנוּ ולא אֲנַחְנוּ עַמּוֹ וְצֹאן מַרְעִיתֽוֹ׃

Gregge (צֹאן ṣō’n), nelle lingue semitiche, questa espressione significa il bestiame minuto, come capre e pecore che non vengono utilizzate per il lavoro nei campi. Nell’Antico Testamento questo termine appare più spesso nei racconti biblici del Libro della Genesi, che si svolgono in un ambiente nomade. La LXX traduce questo termine con la parola greca πρόβατα (probata), usata anche nei Vangeli per indicare il gregge. 

Il Salmo Responsoriale di oggi (Sal 100) parla di Dio Creatore che ha formato il suo popolo, perciò Israele gli appartiene. Il termine צֹאן appare qui nel v. 3 come metafora del rapporto tra Dio e Israele. È Dio che ha radunato il suo popolo, come un pastore che raduna le sue pecore, e quindi, come le pecore dei pascoli appartengono al pastore, così anche Israele appartiene a Dio. In tal modo il Salmista sottolinea il primato di Dio, delle sue azioni e del suo amore, che durerà per sempre, come proclama la conclusione del Salmo: «Poiché buono è il Signore, per sempre dura il suo amore, e la sua fedeltà a tutte le generazioni». 

Diversi versetti del Vangelo di Giovanni (10, 27-30), citati nell’odierna liturgia, parlano in modo metaforico del nostro rapporto con Gesù. Pecore (πρόβατα), se appartengono a Lui, ascoltano la sua voce e Lo seguono. Quando noi ci allontaniamo per non sentire la voce di Gesù pensiamo di guadagnare la libertà di muoverci come protagonisti della nostra vita, in realtà perdiamo l’orientamento al bene più prezioso, il nostro rapporto con lui, all’ombra della sua protezione. Il problema è che noi spesso non vogliamo ascoltare la voce di Gesù e vogliamo essere i protagonisti della nostra stessa vita, quindi, spesso ci sentiamo persi e non sentiamo che Dio veglia su di noi. Gesù, invece, non solo ci assicura che veglia su di noi, ma che siamo nelle sue mani, dalle quali nessuno potrà strapparci tentando di privarci della protezione di Dio.

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