Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore. (Ps 33,18)
הִנֵּ֤ה עֵ֣ין יְ֭הוָה אֶל־יְרֵאָ֑יו לַֽמְיַחֲלִ֥ים לְחַסְדֹּֽו׃
Ecce oculi Domini super metuentes eum, in eos, qui sperant super misericordia eius.
Aspettare (יחל jāḥal), nella Bibbia ebraica questo verbo è spesso usato insieme ad altri verbi che indicano aspettativa, di cui è sinonimo. Ad esempio, accanto al verbo חכה (ḥākâ) o al verbo קוה (qāwâ) da cui deriva il sostantivo speranza (תִּקְוָה). Nella coniugazione piel, il verbo יחל (jāḥal) accentua l’oggetto dell’attesa ed è quindi correlato al complemento oggetto. Molto spesso questo verbo ha un significato teologico, soprattutto quando l’oggetto dell’attesa è YHWH. Dio è Colui da cui ogni bene è atteso, Lui e solo Lui è la fonte di ciò che ci si aspetta, e poiché Dio non può essere posseduto ma incontrato, perciò Israele lo aspetta.
Nelle nostre letture odierne, il verbo יחל (jāḥal) compare due volte nel Salmo 33. La prima volta nel v. 18: “Gli occhi del Signore sono su chi lo teme, su chi spera (participio מְיַחֲלִים) nel suo amore (חֶסֶד)”. È interessante notare che l’oggetto dell’attesa è “l’amore generoso e fedele di Dio”; e nel v. 22, nella preghiera “Signore, sia su di noi il tuo amore (חֶסֶדhesed), come da te noi speriamo (יחל jāḥal)”. Infatti, sotto la parola speranza c’è il nostro verbo attendere. Quindi, la misura, ma anche la ragione di questo abbraccio dell’amore di Dio è la nostra attesa del suo amore (חֶסֶד hesed).
La prima lettura è tratta dal Libro della Sapienza, che è stato scritto in greco. Il frammento citato dall’odierna Liturgia è tratto dalla riflessione dell’autore sulla storia di Israele, e più precisamente sulle piaghe d’Egitto, in cui contrappone come l’antitesi l’azione liberatrice di Dio in favore d’Israele e il terribile destino degli egiziani. Non va dimenticato che, secondo il Libro dell’Esodo, il Signore agisce, affinché non solo Israele ma anche il faraone sappiano che Egli e non faraone è il Signore. Questo è un invito alla conversione. Al versetto 7, si dice che Israele attende la salvezza, in greco si usa la parola σωτηρία (soteria), che assume un carattere tipicamente religioso. L’intervento salvifico di Dio, si è manifestato negli eventi pasquali, durante quella notte quando Israele fu portato fuori dalla schiavitù d’Egitto.
Ai tempi dell’autore del Libro della Sapienza (probabilmente 30 anni a.C.) si diffondeva una vera e propria spiritualità pasquale, consistente nel confidare nella Parola di Dio e nella preghiera, nel credere nella sua presenza e azione non solo nel passato, ma anche nel presente e nel futuro. La Pasqua e la fede pasquale nel nuovo Esodo furono così la risposta di Israele alla tentazione di dimenticare e perfino di rinunciare alla fede dei padri, nel nuovo contesto culturale ellenistico.
Allo stesso modo, nel brano odierno del Vangelo di Luca, la chiamata di Gesù ad attendere la sua venuta è attesa dell’intervento gratuito, non punitivo di Dio, perché, come dice il Salmista, «gli occhi del Signore sono su coloro che aspettano i suoi fedeli e amore generoso».
