Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. (Ger 38,6)
וַיִּקְח֣וּ אֶֽת־יִרְמְיָ֗הוּ וַיַּשְׁלִ֨כוּ אֹתֹ֜ו אֶל־הַבֹּ֣ור מַלְכִּיָּ֣הוּ בֶן־הַמֶּ֗לֶךְ אֲשֶׁר֙ בַּחֲצַ֣ר הַמַּטָּרָ֔ה וַיְשַׁלְּח֥וּ אֶֽת־יִרְמְיָ֖הוּ בַּחֲבָלִ֑ים וּבַבֹּ֤ור אֵֽין־מַ֨יִם֙ כִּ֣י אִם־טִ֔יט וַיִּטְבַּ֥ע יִרְמְיָ֖הוּ בַּטִּֽיט׃
Tulerunt ergo Ieremiam, et proiecerunt eum in lacum Melchiæ filii Amelech, qui erat in vestibulo carceris: et submiserunt Ieremiam funibus in lacum, in quo non erat aqua, sed lutum: descendit itaque Ieremias in cœnum.
Fango (טִיט ṭîṭ), secondo alcuni dizionari questo sostantivo ebraico significa fanghiglia, melma, argilla, creta ma secondo alcuni altri anche lo sterco. Questa parola “emigrò” a Canaan dalla Mesopotamia e viene usata solitamente per descrivere la sporcizia, ma anche ad esempio il limo che viene da un mare mosso o che sta sul fondo di un pozzo o di una cisterna. In alcuni profeti, la parola si riferisce anche all’argilla del vasaio (Is 41,25) in senso metaforico.
Nella nostra prima lettura, dal Libro di Geremia, il profeta viene condannato a morte da alcuni capi di guardia e gettato in una cisterna, in cui non c’era acqua ma fango, così Geremia si tuffò nel fango (טִיט ṭîṭ), che minacciò la sua vita. Grazie all’intercessione di un servo del re viene tirato fuori dalla cisterna. In molti testi biblici, il fango diventa un simbolo di morte o di minacce che attendono l’uomo da parte dei suoi nemici.
Nel Salmo 40, citato oggi dalla liturgia, la parola טִיט (ṭîṭ) viene usata in senso metaforico. Al v. 3 c’è una “palude di fango” contrapposta alla “roccia” stabile e robusta, che è simbolo di Dio e della sua forza, mentre il fango è simbolo di distruzione (cfr. anche Sal 18,34; 26,12; 31,9). Il salmista testimonia: “Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed Egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto dalla fossa della sventura, dal fango della palude, ha posato i miei piedi sulla roccia e ha reso saldi i miei passi”. Il salmista si trovava in una situazione di pericolo mortale dalla quale fu salvato dall’intervento salvifico di Dio.
Dio spesso nelle nostre vite getta una tale “ancora di salvezza” su di noi quando rimaniamo bloccati in situazioni che come il fango ci trascinano e consumano le nostre vite. Il trucco, tuttavia, è di saper in tempo invocare con fiducia il Suo aiuto. Allora, salvati come persone libere, potremo cantare “un canto nuovo in onore del nostro Dio” (v. 4).
