Fermezza (אֱמוּנָה ʼěmûnâ)

Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. (Es 17,12)

וִידֵ֤י מֹשֶׁה֙ כְּבֵדִ֔ים וַיִּקְחוּ־אֶ֛בֶן וַיָּשִׂ֥ימוּ תַחְתָּ֖יו וַיֵּ֣שֶׁב עָלֶ֑יהָ וְאַהֲרֹ֨ן וְח֜וּר תָּֽמְכ֣וּ בְיָדָ֗יו מִזֶּ֤ה אֶחָד֙ וּמִזֶּ֣ה אֶחָ֔ד וַיְהִ֥י יָדָ֛יו אֱמוּנָ֖ה עַד־בֹּ֥א הַשָּֽׁמֶשׁ׃

Manus autem Moysi erant graves; sumentes igitur lapidem posuerunt subter eum, in quo sedit; Aaron autem et Hur sustentabant manus eius ex utraque parte. Et factum est ut manus eius non lassarentur usque ad occasum solis.

Fermezza (אֱמוּנָה ʼěmûnâ), questa parola compare nella prima lettura odierna, nella descrizione della lotta degli israeliti con gli amaleciti (Es 17, 8-13) e può anche significare stabilitàfedeltà e affidabilità. Mentre Giosuè con l’esercito d’Israele combattevano contro gli invasori nelle pianure, Mosè con Aaronne e Cur salìrono sul monte, dove Mosè pregava il Signore con le mani alzate. Quando le sue mani si indebolivano, vincevano amaleciti, così Aaronne e Cur sostenevano le mani di Mosè fino al tramonto: «Così le sue mani rimasero levate in alto fino al tramonto» (Es 17,12). Il testo ebraico suona, però, un po’ diversamente: וַיְהִ֥י יָדָ֛יו אֱמוּנָ֖ה (wayehî yādāyw ʼěmûnâ), che letteralmente significa: “E le sue mani erano ferme…”. Va notato che le mani alzate simboleggiano la preghiera che sale a Dio dal cuore dell’orante. Va anche sottolineato che il sostantivo אֱמוּנָה (ʼěmûnâ) deriva dalla radice ʼmn, che significa esserefedele, costante, fidato e rimanere. Dalla stessa radice viene la parola “Amen”. 

Nel Vangelo di oggi (Lc 18,1-8), una vedova bisognosa di essere difesa rappresenta questo tipo di fermezza. Chiede insistentemente al giudice di difenderla di fronte ai suoi nemici, ma lo fa con fermezza tale che lui si sente infastidito o addirittura tormentato dalla donna. La conclusione di Gesù è che anche nella preghiera ci vuole l’insistenza. Possiamo notare che sì, Dio non esita ad ascoltare la preghiera, ma Gesù dice chiaramente: “Non difenderà Dio i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte…?”. 

“Giorno e notte” è una figura retorica, che si chiama merismo e indica la totalità, in questo caso “giorno e notte” denota la totalità del tempo. Quindi secondo Gesù, Dio ascolta prontamente la preghiera di coloro che incessantemente gridano a Lui, proprio come Mosè, la cui preghiera si innalzava al Signore, come le sue mani.

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Lebbroso (מְצֹרָע meṣōrāʽ)

Naamàn, comandante dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la salvezza agli Aramei. Ma quest’uomo prode era lebbroso.  (2 Re 5,1)

וְ֠נַעֲמָן שַׂר־צְבָ֨א מֶֽלֶךְ־אֲרָ֜ם הָיָ֣ה אִישׁ֩ גָּדֹ֨ול לִפְנֵ֤י אֲדֹנָיו֙ וּנְשֻׂ֣א פָנִ֔ים כִּֽי־בֹ֛ו נָֽתַן־יְהוָ֥ה תְּשׁוּעָ֖ה לַאֲרָ֑ם וְהָאִ֗ישׁ הָיָ֛ה גִּבֹּ֥ור חַ֖יִל מְצֹרָֽע׃

Naaman princeps militiae regis Syriae erat vir magnus apud dominum suum et honoratus; per illum enim dedit Dominus salutem Syriae. Erat autem vir fortis leprosus.

Lebbroso (מְצֹרָע meṣōrāʽ), in ebraico è un participio passivo, della coniugazione pual, del verbo צרע (ṣrʽ) che signofica essere lebbroso. La traduzione greca della LXX traduce questo participio con la parola λεπρα (lepra) e quindi le versioni moderne rendono מְצֹרָע (meṣōrāʽ) con  lebbroso. Tuttavia, molti studiosi stanno discutendo su quale malattia si tratti. Non siamo del tutto sicuri che sia la lebbra, ma è sicuramente una malattia della pelle. Secondo la legge mosaica, questa malattia richiedeva che il malato fosse diagnosticato da un sacerdote, dichiarato da lui impuro e messo in quarantena. La fine della quarantena, dopo essere stati riconosciuti puri, l’inserimento dei malati nel culto religioso, erano sanciti dal sacerdote (Lv 14,2). 

Nelle letture di oggi troviamo due lebbrosi, o meglio il lebbroso Naaman in 2 Re 5, e dieci lebbrosi nel Vangelo di Luca (17,11-19). In entrambe le letture il problema non è tanto la malattia in sé, quanto il modo di vivere la guarigione miracolosa, compiuta da Dio, grazie alla fede del malato. È utile confrontare il comportamento riconoscente di Naaman (2Re 5), inizialmente scettico, che fu comandante degli eserciti del re di Aram, quindi, era lo straniero con quello del Samaritano (Lc 17), l’unico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù, che tornò da Lui per ringraziarlo. 

È significativo che questi due stranieri mostrino una freschezza e un’apertura di fede che porta a «dare gloria a Dio», come dice Gesù stesso. Altri nove, ebrei, guariti da Gesù sono interessati solo ad espletare le formalità richieste dalla Legge per rientrare nella vita sociale.  Non sono capaci di riconoscere l’agire di Dio e rendergli grazie dell’esperienza della loro guarigione. È vero che Gesù stesso mandò questi dieci malati ai sacerdoti e fu lungo la via che furono purificati (καθαρίζω), ma solo uno di loro, un Samaritano, è stato capace di riconoscere l’agire di Dio in Gesù, perciò, tornò da Lui lodando Dio. 

La preghiera di lode nasce dallo stupore di fronte all’azione di Dio nella nostra vita e dall’essere grati per le meraviglie che Egli compie in noi, a partire dal nostro risveglio alla vita ogni giorno. Non era quella la preghiera di Maria… Magnificat?

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Cavalcatura (κτῆνος ktēnos)

Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. (Lc 10,34)

καὶ προσελθὼν κατέδησεν τὰ τραύματα αὐτοῦ ἐπιχέων ἔλαιον καὶ οἶνον, ἐπιβιβάσας δὲ αὐτὸν ἐπὶ τὸ ἴδιον κτῆνος ἤγαγεν αὐτὸν εἰς πανδοχεῖον καὶ ἐπεμελήθη αὐτοῦ. 

Et appropians alligavit vulnera eius, infundens oleum, et vinum: et imponens illum in iumentum suum, duxit in stabulum, et curam eius egit.

a portrait of a donkey wearing a bridle
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Talento (τάλαντον talanton)

A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.

καὶ ᾧ μὲν ἔδωκεν πέντε τάλαντα ᾧ δὲ δύο ᾧ δὲ ἕν, ἑκάστῳ κατὰ τὴν ἰδίαν δύναμιν, καὶ ἀπεδήμησεν. 

Et uni dedit quinque talenta, alii autem duo, alii vero unum, unicuique secundum propriam virtutem, et profectus est statim. 

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Fango (טִיט ṭîṭ)

Essi allora presero Geremia e lo gettarono nella cisterna di Malchia, un figlio del re, la quale si trovava nell’atrio della prigione. Calarono Geremia con corde. Nella cisterna non c’era acqua ma fango, e così Geremia affondò nel fango. (Ger 38,6)

וַיִּקְח֣וּ אֶֽת־יִרְמְיָ֗הוּ וַיַּשְׁלִ֨כוּ אֹתֹ֜ו אֶל־הַבֹּ֣ור   מַלְכִּיָּ֣הוּ בֶן־הַמֶּ֗לֶךְ אֲשֶׁר֙ בַּחֲצַ֣ר הַמַּטָּרָ֔ה וַיְשַׁלְּח֥וּ אֶֽת־יִרְמְיָ֖הוּ בַּחֲבָלִ֑ים וּבַבֹּ֤ור אֵֽין־מַ֨יִם֙ כִּ֣י אִם־טִ֔יט וַיִּטְבַּ֥ע יִרְמְיָ֖הוּ בַּטִּֽיט׃ 

Tulerunt ergo Ieremiam, et proiecerunt eum in lacum Melchiæ filii Amelech, qui erat in vestibulo carceris: et submiserunt Ieremiam funibus in lacum, in quo non erat aqua, sed lutum: descendit itaque Ieremias in cœnum.

Fango (טִיט ṭîṭ), secondo alcuni dizionari questo sostantivo ebraico significa fanghigliamelmaargillacreta ma secondo alcuni altri anche lo sterco. Questa parola “emigrò” a Canaan dalla Mesopotamia e viene usata solitamente per descrivere la sporcizia, ma anche ad esempio il limo che viene da un mare mosso o che sta sul fondo di un pozzo o di una cisterna. In alcuni profeti, la parola si riferisce anche all’argilla del vasaio (Is 41,25) in senso metaforico. 

Nella nostra prima lettura, dal Libro di Geremia, il profeta viene condannato a morte da alcuni capi di guardia e gettato in una cisterna, in cui non c’era acqua ma fango, così Geremia si tuffò nel fango (טִיט ṭîṭ), che minacciò la sua vita. Grazie all’intercessione di un servo del re viene tirato fuori dalla cisterna. In molti testi biblici, il fango diventa un simbolo di morte o di minacce che attendono l’uomo da parte dei suoi nemici. 

Nel Salmo 40, citato oggi dalla liturgia, la parola טִיט (ṭîṭ) viene usata in senso metaforico. Al v. 3 c’è una “palude di fango” contrapposta alla “roccia” stabile e robusta, che è simbolo di Dio e della sua forza, mentre il fango è simbolo di distruzione (cfr. anche Sal 18,34; 26,12; 31,9). Il salmista testimonia: “Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed Egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido. Mi ha tratto dalla fossa della sventura, dal fango della palude, ha posato i miei piedi sulla roccia e ha reso saldi i miei passi”. Il salmista si trovava in una situazione di pericolo mortale dalla quale fu salvato dall’intervento salvifico di Dio. 

Dio spesso nelle nostre vite getta una tale “ancora di salvezza” su di noi quando rimaniamo bloccati in situazioni che come il fango ci trascinano e consumano le nostre vite. Il trucco, tuttavia, è di saper in tempo invocare con fiducia il Suo aiuto. Allora, salvati come persone libere, potremo cantare “un canto nuovo in onore del nostro Dio” (v. 4).

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Cambiare d’aspetto (ἐγένετο ἕτερον egenteo heternon)

Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. (Lc 9,29)

καὶ ἐγένετο ἐν τῷ προσεύχεσθαι αὐτὸν τὸ εἶδος τοῦ προσώπου αὐτοῦ ἕτερον καὶ ὁ ἱματισμὸς αὐτοῦ λευκὸς ἐξαστράπτων.

Et facta est, dum oraret, species vultus eius altera: et vestitus eius albus et refulgens.

Volere (θέλω thelō)

Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. (Mt 16,24)

Τότε ὁ Ἰησοῦς εἶπεν τοῖς μαθηταῖς αὐτοῦ· εἴ τις θέλει ὀπίσω μου ἐλθεῖν, ἀπαρνησάσθω ἑαυτὸν καὶ ἀράτω τὸν σταυρὸν αὐτοῦ καὶ ἀκολουθείτω μοι.

Tunc Iesus dixit discipulis suis: Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam, et sequatur me.

Sofio (הֶבֶל hebel) 

Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità.(Qo 1,2)

הֲבֵ֤ל הֲבָלִים֙ אָמַ֣ר קֹהֶ֔לֶת הֲבֵ֥ל הֲבָלִ֖ים הַכֹּ֥ל הָֽבֶל׃ 

Ματαιότης ματαιοτήτων, εἶπεν ὁ Ἐκκλησιαστής, ματαιότης ματαιοτήτων, τὰ πάντα ματαιότης. 

Vanitas vanitatum, dixit Ecclesiastes: vanitas vanitatum, et omnia vanitas. 

Sofio (הֶבֶל hebel), in ebraico il significato fondamentale della parola è vaporerespirosoffio. Nei testi biblici è usato più spesso in senso metaforico, soprattutto quando si riferisce all’effimero della vita umana (es. Sal 39,6-7), e in questi casi significa qualcosa di fugace, transitorio, effimero o qualcosa che non ha consistenza, ossia è appunto come il soffio.

Nella prima lettura odierna tratta dal Libro del Qoelet, possiamo cercare invano  il soffio nella traduzione della parola ebraica הֶבֶל (hebel) che compare molte volte nel testo originale ebraico. I traduttori contemporanei, non solo in italiano, ma in molte lingue, seguono le orme di san Girolamo, che tradusse הֶבֶל (hebel) con la parola vanitas, seguendo a sua volta la traduzione greca della Settanta. Quindi, la traduzione dell’ebraico הֶבֶל è stata adottata e diffusa come vanità, che, però, è un concetto e non un’immagine – metafora, come presentata nel testo ebraico. 

Il famoso inizio del Libro di Qoelet in ebraico suona הֲבֵ֤ל הֲבָלִים (hăbēl hăbālîm) e viene tradotta vanità delle vanità. Questa espressione è il superlativo dell’aggettivo, quindi letteralmente significa il soffio dei soffi, cioè il più grande soffioin assoluto. Dall’osservazione della vita e dalla riflessione su di essa, Qoelet condivide l’intuizione che tutto è un soffio. Ogni sforzo umano è come un respiro che sfugge e non ha consistenza, non può essere afferrato e conservato. 

Per Qoelet, una sola cosa non è un soffio: credere a Dio (Qo 5,6; 7,18; 8,13; 9,2; 12,13). È Lui che ha posto nel cuore umano la capacità di gioia anche nelle piccole cose quotidiane, e questo è un dono di Dio (Qo 5, 17-19).