Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». (Gen 22,2)
וַיֹּ֡אמֶר קַח־נָ֠א אֶת־בִּנְךָ֙ אֶת־יְחִֽידְךָ֤ אֲשֶׁר־אָהַ֨בְתָּ֙ אֶת־יִצְחָ֔ק וְלֶךְ־לְךָ֔ אֶל־אֶ֖רֶץ הַמֹּרִיָּ֑ה וְהַעֲלֵ֤הוּ שָׁם֙ לְעֹלָ֔ה עַ֚ל אַחַ֣ד הֶֽהָרִ֔ים אֲשֶׁ֖ר אֹמַ֥ר אֵלֶֽיךָ׃
Ait: “Tolle filium tuum unigenitum, quem diligis, Isaac et vade in terram Moria; atque offer eum ibi in holocaustum super unum montium, quem monstravero tibi”.
Salire (עלה ʽlâ), in ebraico questo verbo ha molti usi e molti sinonimi, a seconda del contesto. Il suo significato fondamentale di “ascendere, elevarsi”, indica ciò che è in alto. Secondo il significato fondamentale di “cambiare posizione da una posizione più bassa ad una più alta”, questo verbo indica il movimento, lo spostamento verso un punto più alto. Nell’Antico Testamento indica anche l’azione di compiere un sacrificio.
Nella prima lettura di oggi (Gen 22,1-18), che è una perla della letteratura, compare il verbo עלה (ʽlâ) nelle parole di Dio, che ordina ad Abramo di prendere suo figlio, l’unico che ama, Isacco, ed “salire” (עלה ʽlâ) sul monte per offrire un olocausto. Il comando di Dio, in ebraico, suona ambiguo: può significare portare Isacco sul monte per offrire con lui un olocausto, oppure può significare portare Isacco sul monte per offrirlo in olocausto.
Quando Abramo si avvia verso il monte Moria, durante tutto il viaggio e i preparativi per il sacrificio, non sappiamo davvero come si svolgerà l’azione e quale di queste due possibili alternative Abramo metterà in atto. Noi siamo avvisati che Abramo vive il momento di prova (v.1), ma l’autore non rivela il pensiero di Abramo. Sia il figlio che il padre camminano in silenzio. Il rallentamento dell’azione durante la salita crea l’impressione che Abramo stia temporeggiando mentre riflette. Solo quando lega suo figlio e alza la mano contro di lui diventa chiaro quale decisione ha preso Abramo.Alla fine, tuttavia, non viene sacrificato né Isacco né l’agnello, ma l’ariete, “il padre dell’agnello”. Ciò sembra significativo, perché fa pensare che Abramo simbolicamente sacrificò se stesso, in ragione della sua relazione di paternità con Isacco. Da questa esperienza esce trasformato? La storia non lo dice esplicitamente, ma il fatto che Abramo sale sul monte “insieme” ad Isacco (una parola ebraica che significa “essere in unità”) mentre quando scende dal monte Isacco non è più menzionato, sembra indicare l’esistenza di una trasformazione. È detto anche che Abramo prosegue il suo cammino “insieme” ai suoi servi. È Isacco, suo servo? Salire sul monte, incontrarvi Dio, rende impossibile poter scendere non trasformati ovvero, come testimonia il Vangelo di oggi (Mc 9,2-10) non trasfigurati. Spesso queste esperienze hanno però il bisogno di un tempo di maturazione, come avviene per i discepoli “fino a quando il Figlio di uomo non risorgerà”.
