La Parola

Insulto (כלם kalam)

Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. (Iz 50,7)

וַאדֹנָ֤י יְהוִה֙ יַֽעֲזָר־לִ֔י עַל־כֵּ֖ן לֹ֣א נִכְלָ֑מְתִּי עַל־כֵּ֞ן שַׂ֤מְתִּי פָנַי֙ כַּֽחַלָּמִ֔ישׁ וָאֵדַ֖ע כִּי־לֹ֥א אֵבֹֽושׁ׃

Dominus Deus auxiliator meus ideo non sum confusus ideo posui faciem meam ut petram durissimam et scio quoniam non confundar.

καὶ κύριος βοηθός μου ἐγενήθη διὰ τοῦτο οὐκ ἐνετράπην ἀλλὰ ἔθηκα τὸ πρόσωπόν μου ὡς στερεὰν πέτραν καὶ ἔγνων ὅτι οὐ μὴ αἰσχυνθῶ.

Insulto (כלם kalam), la maggior parte delle forme verbali di questa radice significa: essere offeso, insultato, esposto alla vergogna, deriso. Colpisce che la maggior parte delle volte questo termine ricorre nei testi profetici e nei Salmi.
La prima lettura della liturgia odierna viene dal Deutero-Isaia (50, 4-7), il cosiddetto terzo canto del Servo sofferente di YHWH. Si parla di un profeta che è disposto a sopportare le sofferenze e gli insulti derivanti da questa sofferenza, ma con grande fiducia attende l’aiuto di Dio, grazie al quale crede che non se ne vergognerà (כלם kalam). In questo contesto, la parola niklamtî (v. 7) indica una particolare certezza che non sarà annientato. Gli insulti sono rivolti contro di lui per annientarlo, ma lui reagisce contro gli insulti con il suo incommensurabile affidamento al Signore.
Allo stesso modo, nella descrizione odierna della Passione di Gesù (Lc 22-23), oltre alla sofferenza fisica, l’evangelista descrive anche le beffe da parte dei soldati, dei capi e perfino da parte di uno dei ladroni crocifissi con Gesù. Unico personaggio in questa situazione che entra nella logica di Gesù è il secondo ladrone. Egli si affida a Lui e nella situazione estrema riceve ciò che Gesù chiama “il paradiso”, perché esso non è un luogo ma una relazione. La relazione con Gesù che muore pieno di pace pregando con incommensurabile fiducia: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46).

La parola ebraica כָּלַם [kālam] significa essere insultato /essere disonorato /vergognarsi /essere umiliato. Nel contesto biblico, si riferisce alla vergogna di una persona o di un popolo a causa delle proprie azioni o di una sconfitta, e anche alla vergogna come conseguenza del giudizio del Signore. L’equivalente greco di questa parola è καταισχύνω [kataischynō].

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